La considerazione generalmente diffusa, sul significato del problem solving ovvero sulla capacità di risolvere un problema in modo efficace arrivando a una soluzione adeguata, spesso crea quel bias cognitivo di comprensione condivisa che rivela molta superficialità. Si presume di sapere cosa significhi “saper risolvere problemi”, senza interrogarsi sui processi sottostanti.
Avete presente il film Limitless? La storia è semplicemente banale: un uomo risolve problemi grazie a una pillola che potenzia il cervello. Ebbene, gran parte delle persone pensano e non vorrei sbagliarmi che risolvere problemi è si una competenza trasversale ma che si configura come una magica immediata genialità. La verità è un’altra: Il problem solving, come il team working, il time management, la leadership, la comunicazione efficace e tutte le competenze trasversali - consentitemi di aggiungerne una a cui sono molto legato l’eccellenza- sono “abitudini”. In questo senso, il riferimento al concetto di habit è coerente con gli studi di William James, fino alle più recenti ricerche in ambito di psicologia cognitiva e neuroscienze applicate all’apprendimento.
Una abitudine è un punto di arrivo (esito). Non è innata ma si acquisisce (formazione ed esperienza) e si rivela grazie a determinate condizioni (contesto).
Nei tanti anni in cui ho gestito la formazione su competenze trasversali mi ha sempre sorpreso il fatto che alcune persone inizialmente percepiti — o auto-percepitisi — come poco inclini ad esempio al problem solving, possano successivamente esprimere livelli di competenza significativamente più elevati.
Se si analizza il problem solving in termini operativi, emerge chiaramente la sua natura processuale. Esso si articola in una sequenza di fasi interdipendenti: definire il problema, scomporlo in parti semplici, trovare strade alternative, pianificare risorse, tempi e priorità, gestire stress ed emozioni, collaborare con gli altri e per poterlo fare comunicare in modo efficace. Tutto ciò va insegnato (formazione) coltivato e sperimento (esperienza) ed infine riconosciuto, sollecitato, condiviso (contesto)
Ed arriviamo al nocciolo della questione che possiamo riassumere nella domanda: Il Work–Life Balance è una condizione abilitante del problem solving efficace?
Un buon equilibrio tra vita professionale e personale può certamente favorire condizioni cognitive ed emotive più stabili — e quindi sostenere processi decisionali più lucidi. . Tuttavia, non costituisce di per sé una condizione sufficiente. Faccio un esempio: ho incontrato ambienti lavorativi rilassati grazie ad una gestione aziendale volta al benessere, spesso, proprio in questi fiacchi contesti, la capacità del problem solving è paralizzata da una diffusa e rassicurante pigrizia.
Rilancio invece con una domanda diversa che ribalta la prospettiva : E se fosse Il problem solving ad aiutare a gestire meglio il proprio equilibrio vita-lavoro (es. organizzazione, priorità, gestione dei conflitti)?
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