Il mondo che ci circonda ha abbattuto le barriere. La tecnologia ci consente un accesso all’informazione impensabile fino a non molti anni fa. Siamo letteralmente permeati da notifiche e avvisi; immersi dalla testa ai piedi nel brodo telematico dei social. Ci affrettiamo a rispondere all’amico che ci ha taggato, a partecipare alle diverse community telematiche di cui spesso ignoriamo chi ne faccia parte. Ci gratificano i commenti positivi fatti a un nostro post fino a credere che sia qualcosa partorito dalla mente del miglior critico esperto di quell’argomento che, spesso, conosciamo semplicemente perché lo chiediamo a google.
In questo scenario a dir poco apocalittico, prendiamo le distanze dal lavoro: vogliamo che si crei una frattura netta tra impegno lavorativo e tempo personale frapponendo il muro della privacy. Eppure, nel lavoro - soprattutto quando è condiviso - le cose non sono così lineari. Oggi è difficile pensare di ottenere risultati da soli. Un gruppo che funziona davvero non è fatto solo di ruoli, ma anche di una certa disponibilità reciproca, di un equilibrio che non si impone dall’esterno ma si costruisce nel tempo. Se quel gruppo è solido, le regole emergono quasi naturalmente. La disponibilità non diventa invasione, e il rispetto degli spazi non si trasforma in distanza. È una forma di misura che non si dichiara, ma si riconosce.
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