PRIMA DOMANDA: dove vediamo concretamente il rischio che l’AI sostituisca il pensiero critico?
Mi piace supportare la risposta citando il filosofo Aldo Masullo che ho avuto la “fortuna cognitiva”, di averlo come insegnante di Filosofia Morale. In una delle sue lezioni, Masullo ricorda che il comportamento predatorio del gatto quando caccia il topo non è dissimile da quello umano. In tale occasione il gatto mette a punto comportamenti tali da renderlo un “abile calcolatore”
Le parole di Masullo sono semplici, chiare e suggestive “[…]in attesa che passi il topo, il gatto è immobile e si sa che l’immobilità non è quella di una statua ma è la mobilità di un corpo vivente che per essere immobile deve compiere degli sforzi […] nel momento in cui il topolino passa, il gatto ha uno scatto e agguanta il topolino con una precisione straordinaria. Come avviene questo? Evidentemente il gatto ha nel suo apparato cerebrale un sistema di calcolo”. Questo sistema, preciso e perfetto, consente al gatto di sferrare il colpo. Cosi come rende possibile alle mani di un violinista di muovere le dita sulle corde dello strumento.
E qui, a seguire, la domanda straordinaria che propone il filosofo: il calcolo esaurisce l’umanità dell’uomo? Ovviamente no. […] l’uomo non è solo questo, tant’è vero che voi siete qui (rivolgendosi alla platea) con dei quaderni, dei libri e soprattutto con la vostra attenzione e curiosità. Ovvero con il “PENSIERO” (che per me non può non essere critico). Certo il pensiero non sarebbe possibile senza il calcolo ma va oltre il calcolo. Lo trascende. E cosa vuol dire andare oltre? Significa che nella mente dell’uomo non c’è solo il calcolo ma anche la consapevolezza del calcolo. Il calcolo si può ripetere più volte ma il pensiero del calcolo è sempre diverso. In una sola parola AUTOCOSCIENZA. PENSARE DI PENSARE. E’ dunque il PENSIERO che consente, alla platea cui si rivolge Masullo, di utilizzare un quaderno per rielaborare quanto ascolta, di confrontare i concetti assimilati con un libro, di mantenere l’attenzione e di essere curiosi formulando una domanda.
Ritorno alla domanda di cui sopra: dove vediamo concretamente il rischio che l’AI sostituisca il pensiero critico? Esattamente quando non trattiamo l’intelligenza artificiale come un gatto che caccia il topo. Quando non pensiamo di pensare, ovvero, quando di fronte al calcolo propostoci dall’AI non rielaboriamo, non prestiamo attenzione, non lo confrontiamo con una informazione ufficiale (libro, giornale, etc), non siamo curiosi e non ci poniamo domande.
SECONDA DOMANDA: in quali decisioni, ruoli o processi formativi emerge la dipendenza dall’Intelligenza artificiale?
Sia nelle decisioni, sia nei ruoli, sia nei processi formativi.
- Nelle decisioni: l'AI ci fornisce una risposta, noi ce ne accontentiamo e procediamo nella scelta, forti dell'aura di autorevolezza che attribuiamo alla tecnologia. In questo modo mettiamo da parte il dubbio e il senso critico, con il rischio di condizionare in modo errato tutte le decisioni che ne derivano.
- Nel ruolo: se mi lascio condizionare eccessivamente dall'aiuto dell'Intelligenza artificiale, rischio di perdere l'attitudine a migliorare, a trasformare ogni ostacolo in un'opportunità di crescita, a imparare dai miei errori. Viene meno quel piccolo, ma fondamentale, tassello che conferisce autorevolezza al ruolo professionale e che si chiama “esperienza”.
- Nei processi formativi è forse l'ambito nel quale l'Intelligenza artificiale si rivela più insidiosa, perché può essere così utile da suggerire, erroneamente, la possibilità di sostituire l'intelligenza umana. Vediamola dalla parte del discente. Assumo che: A) il discente non sia sprovveduto, ma capace di formulare domande precise (costruire il giusto prompt), di mettere in dubbio le risposte, di chiedere spiegazioni più semplici, esercitazioni e relative correzioni. Insomma, sappia utilizzare bene l’intelligenza artificiale. B) la formazione a cui mi riferisco non sia quella pratica che prevede la manipolazione degli oggetti e strumenti ma quella teorica Cosa si perde? Si perde l'empatia, quella che consente di costruire relazioni efficaci, di favorire l'apprendimento, di promuovere un ambiente inclusivo, di supportare emotivamente, di aiutare quel partecipante a valicare lo stato di inerzia e passività. Su quest'ultimo aspetto mi permetto una considerazione maturata in oltre trent'anni di esperienza nella formazione: molte volte la partecipazione a un corso non ha semplicemente trasmesso competenze, ma ha attivato uno "switch", quello della ritrovata fiducia in se stessi. Questo, al momento, l’intelligenza artificiale non lo fa.
TERZA DOMANDA: quali effetti produce sulla qualità del lavoro l’Intelligenza artificiale?
Ritengo che l'utilizzo dell'Intelligenza artificiale possa produrre effetti positivi sulla qualità del lavoro, a condizione che si tenga presente quanto scritto nelle risposte precedenti. Una riflessione riguarda il tempo. Attraverso l’intelligenza artificiale, la tentazione di raggiungere in tempi brevi un determinato task escludendo il pensiero critico è dietro l’angolo e spesso non ci si rende conto delle possibili conseguenze:
- riduzione della qualità del lavoro dovuta alla mancanza di un'adeguata elaborazione critica
- rischio elevato circa l’autenticità dei dati riportati, ovvero non corretti o non verificati
- una pianificazione distorta delle attività successive: un responsabile poco attento potrebbe assumere quei tempi di esecuzione come riferimento, senza considerare il tempo necessario per un'elaborazione realmente consapevole;
- un effetto a catena sull'intera filiera produttiva, alimentando la richiesta di ridurre continuamente i tempi di lavorazione per restare competitivi, con il rischio concreto di un progressivo abbassamento della qualità.
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