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L’uomo, l’ai e l’euristica: per una nuova filosofia della formazione

L’avvento dell’intelligenza artificiale impone una riflessione sul significato stesso dell’apprendere.

Alle macchine vengono affidati compiti sempre più complessi. Proprio per questo diventa centrale coltivare quella capacità tipicamente umana di cercare, immaginare e scoprire nuove strade.

Un nuovo termine emerge dal passato e che ora è adeguato a spiegare quale capacità dobbiamo affinare: “euristica”.

Ovvero la capacità di generare domande prima ancora che risposte. Ciò consentirà di utilizzare l’AI come supporto alle nostre potenzialità, senza rinunciare all’autonomia del pensiero e alla libertà della ricerca.


Di fronte ai cambiamenti attuali, la formazione deve profondamente rinnovarsi. Non solo nei contenuti, ma anche e soprattutto nei suoi fondamenti, a cominciare dal principio metodologico che la definisce.

Il termine formazione ha la sua radice etimologica nel termine "forma". Qualcosa che induce la mente ad associarlo all’attività del foggiare, del modellare, dell’occuparsi dell’aspetto esteriore. Poiché essa si rivolge anche alla dimensione interiore, fino talvolta a confondersi con il termine educazione, a mio avviso più appropriato, si caratterizza in definitiva come il processo attraverso il quale plasmare la personalità, la cultura o le competenze professionali di un individuo.

È qui il punto: la formazione, secondo il mio punto di vista, non ha più di fronte un soggetto inteso come una tabula rasa sulla quale disegnare gli argini e la direzione in cui il fiume della conoscenza e dell’esperienza dovrà scorrere. La formazione si rivolge a un soggetto potenziato e, dunque, deve assolvere a una funzione diversa.

Mi spiego meglio: gli aspetti tecnici di una professione, la manipolazione degli oggetti e l’utilizzo degli strumenti sono, e saranno sempre più, sostituiti dalla macchina; così come la mente che ne governa la manipolazione e l’utilizzo ha già lasciato il posto all’intelligenza artificiale. E questo senza volerci addentrare in uno scenario distopico in cui quanto sopra descritto rappresenta soltanto il primo passo verso un futuro interamente gestito dall’AI, che ha già il sapore del presente.

Alla formazione dobbiamo demandare un altro compito, ben più complesso e profondamente umano:

a) non più modellare, ma svelare;

b) non insegnare a gestire, ma sollecitare a inventare il modo di gestire;

c) non preparare a rispondere, ma guidare a saper domandare.

Mi piace riassumere tutto ciò con un solo aggettivo associato alla capacità: euristica. Quel metodo di ricerca orientato alla scoperta e alla soluzione creativa dei problemi. Dal greco heurískein, “trovare” o “scoprire”.

E qui, in barba alla modernità, ci viene in aiuto quel gigante della filosofia moderna che risponde al nome di Immanuel Kant: i principi regolativi (che io chiamo euristici) non descrivono gli oggetti, ma guidano l’attività della ragione nella ricerca della conoscenza.

È in questa ottica che domineremo l’intelligenza artificiale. Saremo potenziati da essa, ma non depauperati della nostra specifica attività neuronale. La useremo come una protesi, capace di potenziarci e non di annichilirci.

E la formazione? Conserva un valore principe e fondamentale. Provate a insegnare come utilizzare la capacità euristica con l’IA e come sottrarsi alla tentazione della delega. Non è cosa facile.

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